SIGNIFICATO DELLA PAROLA POTERE
Quando si riesce a realizzare ciò in cui si crede, verso cui si è proiettati, ciò che reputiamo possa soddisfare un nostro bisogno, ci si valuta “potenti”.
Quando non si riesce in questa realizzazione ci si sente frustrati, avviliti o arrabbiati e ci si valuta “impotenti”, cioè non in grado di soddisfare quei bisogni/desideri che in quel momento sono per noi così importanti.
Il senso della parola potere sta nella “possibilità di”, ci collega al nostro senso di “forza”, di vitalità, alla “facoltà di”. Contribuisce a soddisfare un senso di autonomia, libertà, scelta. In una società di dominazione ci sposta dal livello di schiavo a quello di libero cittadino.

“POTERE SU”
Voglio che una certa cosa accada o venga fatto nel modo che ho deciso. È il modo migliore. Anzi, è l’unico valido! Non ho desiderio di aprirmi alla modalità dell’altro. Voglio vincere! Vincere a prescindere dall’altro. Voglio che l’altro faccia quello che dico io… e basta.
Sto parlando di un modo di agire il potere che in CNV viene definito “Potere sull’altro”.
Quando agisco il mio potere sull’altro voglio realizzare la mia strategia senza preoccuparmi né dei bisogni né della connessione con l’altra persona.
Quando agiamo il nostro potere sugli altri e cerchiamo di costringerli a fare ciò che noi vogliamo, stimoliamo in loro opposizione. Probabilmente la prima cosa che faranno sarà dire “NO”. Quindi per ottenere ciò che vogliamo, a prescindere dall’altro, dovremo usare un qualche tipo di forza o di persuasione. E probabilmente verrà un giorno in cui non avremo più abbastanza forza e pagheremo cara la nostra imposizione.

“POTERE CON”: LA VISIONE DELLA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA
Il potere è condiviso o “potere con l’altro”, quando il nostro obiettivo è quello di raggiungere una certa meta tenendo conto sia dei nostri bisogni che di quelli dell’altro. Più che sul vincere, cioè “ottenere una certa cosa a prescindere dall’altro”, la nostra intenzione è quella di creare una connessione. Quando c’è connessione è possibile scegliere, quando è possibile scegliere non c’è pretesa o obbligo: stiamo agendo il nostro potere insieme a quello degli altri. Partendo dalla connessione è più facile che emergano modalità di azione che soddisfino i bisogni di tutti.
Questo tenere in considerazione i bisogni dell’altro insieme con i nostri non ha a che vedere col “cedere” o con il compromesso. La connessione cambia il punto su cui focalizzo la mia attenzione, che diventa rendere migliore la vita di tutti.

STRATEGIE VIOLENTE
Qualcuno mi ha posto la seguente questione: quando in una relazione c’è una disparità dovuta al ruolo (di maggiore o minore potere) dei componenti, la “possibilità di”, “la facoltà di”, la scelta, secondo me, non sussistono. E la nostra vita molto spesso è condizionata da relazioni in cui qualcuno esercita su di noi il proprio potere EFFETTIVO con strategie più o meno violente…

Rispetto all’uso del “POTERE SU” ci sono 2 punti di vista che si sviluppano parallelamente.
Uno dei 2 ha a che vedere con QUELLO CHE FACCIO IO.
E cioè: come decido di esercitare il mio potere? Lo esercito sull’altro? Lo esercito con l’altro? Sono consapevole della direzione in cui mi sto muovendo?

L’altro ha a che vedere con QUELLO CHE L’ALTRO FA.
Supponiamo che cerchi di usare il suo potere su di me. In questo tipo di situazione come mi pongo io? Che tipo di strategie scelgo di mettere in atto?
Può darsi che nello scontro diretto io soccomba perché per esempio sono meno forte. Quella dello scontro diretto non è però l’unica strategia… ho a disposizione per esempio l’evitamento. Come considero l’evitamento una sconfitta o una vittoria? Dove metto la mia attenzione?
Un’altra strategia, se sono abbastanza allenato, è quella di restituirgli la sua stessa energia. Come nell’Aikido. 
Quello che può fare la differenza nella relazione col potere dell’altro è come mi pongo rispetto all’altro. Se mi sento già vittima in partenza oppure no. Se lo considero un nemico oppure no. E se lo considero un nemico posso occuparmi di trasformare questa immagine che ho di lui traducendola nei miei sentimenti e bisogni insoddisfatti all’occasione del mio incontro con lui. E se faccio questa traduzione cosa accade al mio vissuto di “vittima”?